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Limerickani (sei)

Un Cavallona rossa di Baltimora
stava pensando se farsi suora,
ma al tacco dodici avea fatto il callo
e le mutande gli tiravan sul cavallo,
cosi’ ne compero’ un palio all’ultim’ora.

Limerickani (quattro)

Sei liberali e un democratico a Milwaukee

decisero che in sette erano pochi,

Salirono poi  tutti sui predellini,

scese quello dei tortellini

senno’ lo facevano a tocchi.

Limerickani (tre)

Una legatoria leghista del Minnesota
vendeva testi di Maroni e Cota,
Nel ristorante , in riva al lago,
un cartellone legato con lo spago:
Lo chef oggi consiglia : Trota

Limerickani (due)

Un magistrato allevatore dell’ohio

trovo’ una volpe grigia nel pollaio

le disse: ma tu qui rischi la pelle,

…potevi resta’ nel pollaio del pdl!

e lei: sei tu che mo a da’ passa’ nu guaio.

Limerickani (uno):

Una redneck, contadina dello Utah
Aveva enormi piantagioni d’erba ruta,
l’alpino glielo disse: nella grappa
…la si mette, ma s’e’ troppa, allappa,
la contadina annui’ e rimase muta.

Siediti eraclito, parliamone.

il terremoto regola la terra,
la guerra regola la pace,
il fulmine regola ogni cosa,
e’ la felicita’ dell’amore
che regola tutta la tristezza.

Infradito

Infradito

L’ho pestata scendendo,

non l’ho vista salendo

me ne rendo conto,

scivolando, scivolando.

Tre cose in una

Si chiamava Josif, Josif Ballarin ,era così alto e magro da meritarsi il nomignolo di “telpon” ,pioppo, in veneto. Nato nel 1969, da padre idealista, solerte lettore dell’unita’ , filosofo autodidatta formatosi sul Gramsci carcerato e sul leniniano “ che fare” , letti soprattutto in vaporetto al ritorno dal petrolchimico allattato sotto il ritratto di Stalin prima e svezzato sotto quello di Che guevara, Josif si era innamorato del suo nome,provava solo un po’ di fastidio quando gli altri festeggiavano l’onomastico, ma don Ilio, parroco di Malamocco,gl’aveva intortata bene la faccenda, a fronte di padri scriteriati, la chiesa aveva stabilito che la festa di ognissanti andava bene per tutti gli Ivan,Vladimir, Iller e altri nomi bolscevichi di orfani del lavoro od altro.Ecco, Josif era un orfano “altro” : a differenza degli orfani di Favaro Veneto, Mogliano, Mestre ed altre citta’ dormitorio di Marghera, i cui padri erano schiantati a causa di impalcature difettose, fughe di ammoniaca, incendi di cloro butano, carrelli elevatori impazziti, gru condotte da ubriachi e quant’altro, lui era un orfano speciale. Il padre, Gabriele Ballarin, detto “ Cagasassi” per il suo carattere intransigente e roccioso, era stato ammazzato a botte nell’aprile del 1974 dai mazzolatori dei Fronte Nazionale. Diplomatosi in qualche modo geometra alle serali, riusci’ nel 1988 a trovare lavoro a Pontelagoscuro come tecnico del locale zuccherificio. Nel 2006 l’eridania chiude lo stabilimento, Josif non ha una specializzazione richiesta, anzi, gli zuccherifici chiudono uno dietro l’altro, di lavoro non ne trovava e si arrabattava in qualche modo. Come se non bastassero a disastrargli la vita la perdita del lavoro e della morosa, che lo aveva preferito a un bancario viscido e leccaculo ma di solide prospettive, a gennaio del 2009 una Peugeot 205 targata Reggio Calabria ,condotta da un albanese privo di patente ed assicurazione ,lo stira per il lungo mentre attraversava il terraglio con la speranza di trovar lavoro come lavapiatti in una pizzeria. Frattura esposta di tibia e perone , frattura semplice di clavicola ,ulna , radio e 4 costole, in pratica tutti gli arti sinistri del suo corpo erano stati devastati, era un perfetto sinistrato. Josif Ballarin occupava il letto 6 della camera 4 del reparto di ortopedia presso l’ospedale Ca’ Foncello di Treviso.Il novantunenne Don Ilio gli aveva portato quel mattino un po’ di generi di conforto: Due fette di crostata avanzate dal festino dell’ultimo giorno di dottrina, un pezzo di mandorlato balocco giacente in sacrestia per misteriosi motivi, ma ancora incartato e non scaduto, una bottiglia da 375 cc di picolit di nimis ,dono di un ex compagno di prigionia. Quando don Ilio si rimbocco’ le maniche della tonaca ,cercando di trovar sollievo dall’afa acre e stagnante dentro alla stanza,Josif noto’ lo sbiadito tatuaggio sull’avambraccio ,si leggeva appena: T 13358, ma si leggeva.
Anche Sisto Nieddu era un orfano speciale, nacque il 12 settembre del 1975, otto giorni dopo l’omicidio del padre da parte del brigatista Carletto Picchiorri. Suo padre ,uno degli elementi di spicco della colonna padovana di Terza posizione era famoso come cacciatore di rossi, sprangature di autonomi e si era guadagnato una certa fama grazie alla stampa che diede parecchia eco ad una serata in cui Bachisio Nieddu aveva preso a calci nel culo un intera sezione di Lotta Continua, da solo ed armato solo di una paio di pedule della Nordica. Non fu perdonato. Sisto era quel che si puo’ definire “un bravo ragazzo” ,dopo il classico si era laureato in giurisprudenza a Padova, lavorava in uno studio legale alle solite condizioni: niente stipendio. Era fin troppo un bravo ragazzo, cosi’ lo studio legale decise che i praticanti erano in soprannumero e , non importa da quanto era li’ e il fatto che sia sempre stato corretto e preciso nei suoi compiti, l’avevano lasciato senza lavoro un lunedi di febbraio del 2007.Stomacato da avvocati notai,questure, preture e tribunali,sopravviveva grazie alla pensioncina di mamma e quei pochi euri che guadagnava suonando d’estate in un piano bar e d’inverno ai matrimoni e alle feste aziendali. Basso, tarchiato,tutto di lui tradiva la paternita’ sarda, aveva grandi occhi neri, vivi e irrequieti, un naso sefardita e le labbra sottili e secche, la pelle color carta pecora, con le stesse grinze ,un pizzetto incerto e puntuto. Rimasto solo con la madre dopo il divorzio da Anna, malmostosa informatrice sanitaria poco incline alla fedelta’ , senza figli, trascinava a fatica un esistenza ormai smobilitata dai sogni. Qualcuno gli chiese di andar a suonare in una sala d’incisione, il pianista se ne era andato in brasile ad inseguire sogni e serviva qualcuno che sapesse suonare un piano Fender come il cantautore di turno richiedeva, cioe’ alla perfezione. Come avvocato Sisto non valeva una patacca, ma seduto ad un piano elettrico o con una fisarmonica sulle spalle incarnava la musica, trasformava sensazioni in suoni, trasmetteva piu’ emozioni lui che cazzate il TG4.Erano le tre di notte, avevano appena inciso un blues di una banalita’ disarmante, lui era stato pagato , era finita, ma non riusciva a togliersi dalla mente alcuni passaggi che avrebbero sicuramente reso piu’ dignitoso il pezzo, e soprappensiero si accese una sigaretta, non si accorse in tempo dei fari di una Peugeot rossa con a bordo un albanese ubriaco che arrivava contromano. Scoppiarono gli airbag, l’abitacolo si riempi di polvere, il motore , sospinto dall’urto spacco’ il longherone dello sterzo e si fermo’ contro le sue gambe ustionandole e frantumandogli le tibie. Rimase li’ , svenuto , per una ventina di minuti, riprese conoscenza in ambulanza,gli dissero che l’albanese era morto, poi riempito di sedativi,non comprese piu’ nulla. Occupava il letto 4 della camera numero 4 del reparto ortopedia dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Aveva di fronte un tizio conciato peggio di lui, almeno a giudicare dal fatto che aveva un prete al capezzale.
Don Ilio porto’ un po’ di torta a Sisto, gliela porse con modi lenti e misurati, Sisto accetto’ , i tre iniziarono a parlarsi, a raccontarsi gli avvenimenti che li avevano portati li.Nei giorni seguenti a Sisto , a causa delle ustioni, vennero amputate ambedue le gambe sotto il ginocchio, Josif dovette rassegnarsi alla perdita dell’uso del braccio sinistro,il cuore di Don Ilio cedette una mattina della prima settimana di luglio,lasciandoli soli a rimuginare su quale possibile futuro. Josif guardo’ Sisto negl’occhi prima di parlargli,poi, con un po’ d’indugio , chiese : Senti, io sono figlio di un comunista ammazzato dai fascisti, tu sei figlio di un fascista ucciso dai comunisti, cosa ne dici se ci mettiamo assieme? Io spingo la tua carrozzina e reggo il piattino, tu suoni la fisarmonica,facciamo i soldi cosi’ –
Sisto sorrise, ma in fondo , in effetti ,restava poco altro da fare. Scopersero anche che Josif aveva anche una voce intonata, un po’ brusca, ma efficace, si chiamarono “ il duo ciompo” e iniziarono a suonare nelle piazze, fino al triste giorno in cui un piccolo ministro si invento’ la legge che per suonare nelle piazze pubbliche serviva il permesso, il bordero’ e il pagamento della quota siae,fatti salvi i cantanti napoletani il cui paroliere rivesta uno dei 4 ruoli principali dello stato italiano. Sisto non aveva problemi a compilare moduli, non era quello il problema , il problema era che le canzoni che cantavano avevano titoli come “ Va cagar Brunetta in riva al fosso” o “ Tremonti de sora el cueo te sfora, Tremonti de sotto te vegnesse el cagoto” e vennero immediatamente diffidati dall’esibirsi in pubblico, in base alla legge, approvata un mese prima ,che bandiva qualsiasi riferimento anche velato,alle attivita’ del governo in canzoni o spettacoli pubblici. Cosi’, l’alba del sette luglio del 2015, Sisto Niedda e Josif Ballarin, si portarono sulla statale 14, all’altezza di localita’ Tre scalini, sul tratto di strada chiamato “ Il chilometro lanciato”, un lungo rettilineo dove la sera le auto in transito raggiungevano i 130 km orari e , dopo aver atteso un paio d’ore sul ciglio della strada, appena intravide una vecchia Peugeot rossa, Sisto diede il segnale: Adesso ! josif lancio’ la carrozzina , con sisto seduto sopra, contro l’auto . Dopo lo schianto controllo’ che Sisto fosse morto,attese che l’autista scendesse dall’auto, era un albanese ubriaco fradicio quindi , incurante della gente che si era fermata per prestare ormai inutile soccorso a Sisto , si allontano’ cantando un ultima canzone, con un libro in tasca: Il ritorno di Giuliana Sgrena.Un bel libro, lo aveva letto volentieri. Per quello decise di vivere, nonostante tutto.

(racconto scritto per Lettermagazine.it)

Il ritorno ( Giuliana Sgrena.Feltrinelli )

Quell’ oscuro oggetto del desiderio e’ un film vecchio di un bunuel vecchio. In quel film ogni tanto scoppiava una bomba, alla fine, un ultima bomba cancellava tutto. Anche nel libro di Giuliana Sgrena ogni tanto si parla di una bomba. Ogni otto/dieci pagine una bomba cambia la narrazione, storce il filo logico e lo riannoda al futuro. I destini degli iracheni, dei loro bar, dei loro mercati sono segnati da bombe cadute dal cielo o portate dagli attentati.Ogni storia sa’ di polvere pirica e carne bruciata, anche quando racconta dello stato delle donne, dell’aumento dei suicidi, degli stupri di famiglia, delle ragazzine offerte come risarcimento per danni subiti, delle spose bambine, dell’infibulazione.Il ritorno e’ un libro che segue “Fuoco Amico”, dove Giuliana racconta l’iraq della guerra e cio’ che e’ accaduto a lei ed a Calipari. Se e’ vero che l’assassino torna sempre nel luogo del delitto, questa volta a tornarci e’ la vittima, solo che non e’ un giallo, sappiamo il nome dell’assassino ( il sergente Lozano) e della vittima ( Nicola Calipari) l’unico lato oscuro ( il movente del mandante) rimarra’ oscuro, temo, per sempre.L’iraq che ritrova e’ ancora piu’ caotico di quanto lo abbia lasciato,con problemi tribali prepotenti che rispuntano fuori dalle sabbie silenziose dove saddam li aveva soffocati. E’ un iraq di voci , di tenue luci di speranza , un percorso tremante di paura nelle strade dove una giuliana sgrena e’ morta e ne e’ risorta un altra. Necessariamente diversa, come la storia dell’iraq.E’ una gran brutta storia, ma e’ un gran bel libro.

(articolo scritto per Lettermagazine, nella foto l’autrice e il sottoscritto)

Lettera a Mons. Ravasi.

Caro Gianfranco,

Non ti capisco, fratello mio, o meglio non capisco perche’ usi determinate parole come ” facili concordismi sincretici”  invece di ” facili tentativi di fusione” ,capisco che usare parole “fondate” da Erasmo da Rotterdam possa provocarti un po’ di allergia, ma ce n’era bisogno?  Oltre a questo dubbio mi trovi in perfetta concordia col tuo pensiero, con quello di Gould e con quello di Giovanni Paolo II, la ragione e’ fatta di scienza e fede, immescolabili tra di loro ma in perfetta soluzione in quel capolavoro che e’ l’uomo. Abbiamo bisogni affascinanti, bisogno di conoscenza empirica ed illuminata , di chimica e fisica e bisogno  di metafisica in uguale o superiore misura,cosi’  ho bisogno di ascoltarti e di parlarti. Perche’ per me ogni mio amico e’ Dio senza mistero, ed e’ mio pari,altrimenti non sarebbe un mio amico.

Un laico saluto,

Evandro.