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Cara Maestra

nel mio giardino in mezzo al verde
giaccion stronzi e varie merde,
come la gente che si puo’ trovare
quando vo’ in centro a passeggiare,

sapesse lei , cara maestra,
che scivolata assai maldestra,
si smerdan scarpa cervello e braga
ma certa gente, chi la caga?

Oggi ho colto un fiore,mia maestrina,
so, spussava un po’ di cattivo odore
ma non c’era altro amore, stamattina.

 

(Zuppa)

Esercizio 3

L’acqua si era fermata molti anni prima per il crollo di un argine piu’ a valle, solo un rigagnolo di quel che era un fiume pareggiava a malapena l’evaporazione del mezzogiorno.La ragazza stava seduta su quel che rimaneva di un cippo stradale, a qualche metro dal bordo pantanoso, i capelli raccolti in una ciocca, un vestito scuro, leggero che lasciava scorgere le gambe dalle ginocchia martoriate di cicatrici. L’acqua stagnante le colpiva le narici con l’odore  di marcescenza,mentre lei seguiva con lo sguardo i salti dei ragni d’acqua, il raro tuffarsi di una rana, lo scarso movimento delle ombre . Un volo di gabbiano  le fece alzare gli occhi al cielo e per un attimo dimenticare, cerco’ la parola giusta nella sua testa , poi , non trattendola in gola la pronuncio’ :  Magoga. Magoga e’ il nome che i veneziani danno al gabbiano piu’ grosso, quello reale, poi c’e’ il cocal, che e’ il gabbiano comune e la cocaleta, la gabbianella, ripassava ad alta voce. Per un attimo aveva dimenticato, poi torno’ a ricordare , a fissare quell’acqua ferma, non riusci’ ad immaginare i gabbiani della sua vecchia casa, dell’isola delle vignole,anche se si sforzava, cercando di pensare a lei bambina, alle  rive di laguna e alle barene , impunturate di fiori viola, simili ad eriche in primavera ma  non ci riusci’, torno’ con la testa dov’era, con gl’occhi sullo stagno.E’ lunga un ora da passare in compagnia di se stessi, piu’ lunga se l’unico ricordo e’  identico tutti i giorni, se ogni giorno e’ uguale a quello prima e a quello che lo seguira’. Fra un’ora potra’ tornare a casa, alle sue solite cose, alla routine di tanti anni passati nello stesso modo.Ma per un ora lo aspettera’, inutilmente, come sempre e pensera’ all’unico ricordo che ha, all’unico lampo di luce nel mezzogiorno, tra i salici, vicino allo stagno, all’unico dolore che gli sia  piaciuto nella sua vita.E a nient’altro.

Esercizio 1

Per quanto prudenti e disinvolti osservatori attenti, i gatti sono noti attraversatori suicidi della statale 14, nota come “Triestina” tanto che non si enumerano le poltiglie ai lati della medesima, buone solo  per gli aruspici.Uno spreco, chiunque sa  che questo e’ un delittuoso scialo di risorse, nessuno , dove aver arrotato un gatto sotto gli yokohama nuovi di trinca, puo’ dire “non sapevo”. Qualche gatto dopo il botto mantiene ancora la sua sembianza, non si spiaccica, resta la’, ancora caldo, fresco, disponibile.Ecco , io,in questo momento, lo so che vi fanno i schifo i gatti, essenzialmente quelli morti, ma anche quelli vivi, adesso, immaginandoli mentre cercano di schivare l’ennesimo suv guidato dall’indaffarata finta bionda di turno eche invece si impaccano su per il radiatore, ricadono storditi e vengono macinati dal pandino rosso stinto che seguiva , pur lentamente guidato della signora Maria,che, tapina, se l’e’ trovato sotto senza neanche frenare ed anche volendo non avrebbe potuto fa nulla perche’ gli scivola la pantofola sul pedale sempre quando c’e’ bisogno.Bene, pensate forse che la signora maria si fermi per raccogliere il gatto? fosse una lepre, un fagiano, un oca da farci anche solo il brodo, ma un gatto? Ormai nemmeno a vicenza e dintorni si fermano piu ,  forse qualche vecchio inebetito dal vino, tra grisignano e montebello, forse.Non sulla triestina pero’, li’ si va veloci, difficilmente si rallenta non foss’altro che per evitare un tamponamento.Mettiamo fine a questo spreco, rivalutiamo l’allevamento del gatto a scopi eduli,curiamoli i gatti, facciamoli venir belli pacciocconi ed obesi,proviamo a  rilanciare certi pianti dall’antico sapore di epoche belliche, piatti poveri ma non come l’arringa alla miserabile o l’acqua cotta, piatti veramente poveri,piu’ che poveri, derelitti :  polenta e spezzatino di siamese o tagliolini al ragu’ di soriano,per esempio, un arrosto di cappuccino col radicchio di farcitura  che gli toglie anche quell’afrore di selvatico, sono solo esempi,intendiamoci, non metto limiti alla fantasia culinaria. Quello che mi premeva dire e’ che se li ama sul serio, i gatti, non li si lascia schioppare come palloncini sulla strada, li si coccola, li si nutre e ci ciba di loro,non e’ il massimo dell’amore ?

 

[questa nota e' un esercizio letterario, non rispecchia le idee dell'autore, che nutre, per i gatti,un indifferenza totale alternata a momenti di benevolo astio non violento]

Esercizio 2

Li’ era, alla ricerca dell’ultimo porcino, quando l’attacco di lombosciatalgia lo atterro’  nella ceppaia, solo come uno stronzo che va a funghi da solo, per essere il solo a sapere , il solo a raccogliere , il solo presuntuoso a poter dire : anche domenica 4 chili e grossi cosi’ ! Quattro chilomentri e mezzo dentro al bosco, il dolore che partiva dalle reni e arrivava fino all’unghia dell’alluce e il telefono? ma cosa vuoi che prenda un telefonino laggiu’, tra faggi e lecci, ontani e platani? non prende ne una pippa ne una pioppa.E cala la sera. E non hai neanche un voltaren, niente.E ti accorgi che tutta la tecnologia, la medicina, le tue amicizie politiche , il tuo master alla bocconi, non servono a un emerito e infiocccato niente.Li’, inchiodato e dolente non c’e’ un commercialista, c’e’ un uomo solo, col Cayenne lontano, irraggiungibile.E la sera e’ scesa, e ti sei trascinato nel fitto del bosco  nella direzione opposta al sentiero.Qualcuno avra’ gia’ chiamato la forestale,pensi, e allora tremi per la  paura di esser beccato con tutti quegli illeggittimi funghi e   lasci la sacca dentro a un buco, a una tana di qualche animale e mentre la infili senti lo squittio di qualche rapace e ti sembra che ogni fruscio sia un enorme anaconda in agguato, anche se sei nel cadore e sai perfettamente dentro di che ci sono solo vipere e che le vipere sono silenziose ,e,a  questo pensiero,al morso senza allarmi di un rettile,  ti fermi forzandoti a star ancor piu’ fermo.Ma ormai la sera e’ distesa su tutto, e’ una coperta che non ti riscalda.Le gambe sono ciocchi pesanti che vorresti bruciare, tiri fuori il coltellino da funghi, lo stringi nel pugno, lo rigiri, riprovi a chiamare tua moglie, non c’e’ segnale, non c’e niente. Solo il rumore di elfi che macinano chilometri, di gnomi che raschiano radici, di riflessi di luna e d’acqua piovana sulle foglie del sottobosco.La domenica e’ andata, passa la mezzanotte ed e’ gia’ lunedi, fra poco meno di nove ore dovresti essere in ufficio, e allora accendi un fuoco, sperando che qualcuno lo veda.Il caldo ti scioglie, stai meglio, ti rialzi,il dolore ti e’ passato del tutto, ravviivi il fuoco, piu’ fuoco piu’ possibilita’ che qualcuno lo veda, alla fine  qualcuno lo vede, un brigadiere chiama i colleghi .Seguendo la luce del fuoco la forestale ti trova.Ma non trovano l’uomo solo e dolente, non trovano l’uomo perduto nel bosco, non trovano i funghi, non trovano nemmeno il commercialista, trovano solo un piromane, e l’arrestano.

Pussignata

Da tempus signare, e’ una festa normalmente riservata alle sole donne sposate e ai bambini che si svolgeva nel periodo di carnevale ( segna il tempo), dove si mangiavano torte e dolci che ognuna delle partecipanti conferiva.Il termine si attesta fra l’alto veneto e il friuli,  nel trevigiano si ritrova solo lungo le rive del livenza fino a Gorgo al Monticano. ( Testimonianze  : Elide Da Ros, Ute  di Sacile /Giuliano Canevese, Oderzo.Fonti : Anton Von steinbuchel, Doctrina rumorum vetererum,1828/ Paul Herzog : in den romanischen Sprachen und DialeKten. Eine onotnaslologische Untenuchung, 1916.Nazari (1860-1890) Riferisce anche di “pusigno” : piccolo fuori pasto “a cagione di divertimento ,attestato nel bellunese)

Se Vea

Se Vea

chii ceei pieni de usarioe e stee,
sconti dal fun , ferun dell’era,
chee maredane, coi cori dee rane,
stropae dai vanzi de civilta’,
se vea un seraio de beezze
le deventa’ un cesso de scoazze.
se progresso vol dir smerdarse,
no le mia tant,cari, da vantarse,
de ver copa’ e sisie, i rospi e i grii,
saria tant pi da pentirse, fioji mii.

(AVEVAMO : quei cieli pieni di lucciole e stelle, nascosti dal fumo, residuo di quest’epoca, quei fossi , con i cori delle rane, riempiti dagli avanzi delle civilta’, avevamo un serraglio di bellezze, e’ diventato un cesso di immondizie, se il progresso vuol dire avere il mondo sporco di merda, non mi pare ci sia tanto da vantarsi ,miei cari,di aver ammazzato rondini rospi e grilli, sarebbe piu’ il caso di pentirsi, figli miei)

Il mio amico Araldi.

Come quel passero,

che caduto è

dal nido materno

perché posto per lui non c ‘era,

giace li,

sul freddo suol

senza vita in cor.

Cade anche una foglia.

Lo sfiora, l’accarezza,

ma per lui la vita

è stata solo un piccolo volo

verso la morte.

Bhé! Questo son io!

(Araldi Moretto)

limerick

in un locale di liverpool
i vip ascoltan jazz e soul
alla nina piace il dixie,
a belen solo gillespie,
a fabrizio piace il cool

Zero

Sette stelle dell’orsa in un buco nero.

Sette rami di quercia in un fosso.

Sette cervi al confine di un bosco.

Sette meno sette fa zero.

Alcide, Brucieranno il futuro,

Non hanno neanche bevuto,

per dimenticare il passato.

La giornata della memoria

Don Ilio allargo’ le braccia e benedisse il tornio:

Padre santo,

da te discende la pienezza di ogni benedizione

e a te sale la voce del popolo

che benedice il tuo nome;

nella tua benevolenza proteggi i lavoratori

e i loro strumenti di lavoro;

fa’ che mediante la loro operosità e il tuo aiuto,

manifestino le meraviglie della creazione,

e procurando il giusto benessere alle proprie famiglie

promuovano il progresso della intera società

a lode della tua gloria.

Per Cristo nostro Signore.

-Rispondemmo tutti “Amen” , anche i comunisti,poi il fotografo’  ci acceco’  tutti col flash ed ecco qua’:  nella foto io sono il terzo a sinistra, quello a fianco di don  Ilio, poi c’e’.. spetta come si chiamava, quello li’, ossignore, non me lo ricordo piu’, comunque non importa, poi c’e’ Angelo Del Zotto, che e’ ancora vivo e sta benone, Pietro Terzi e’ questo,col grembiule  sbottonato,poro piero,  l’han ricoverato per il mal di schiena e  aveva un tumore grosso come un melone ,l’abbiamo seppellito sei mesi dopo, e questo qua’,  la’, qua’,- raccontava un po’ emozionato ,muovendo l’indice tremante e  screpolato dal tempo- questo che diceva sempre “compagni  Diobèl,Diobòn, dai compagni , ostia, diobèl” non me lo ricordo proprio, ah chea particoea madona! non me lo ricordo.Ma non importa. questo qui l’avevano preso su dalle parti di aviano, durante un rastrellamento.Scongiuro’ che era fascista  e fini’ come barbiere dei morti nell’esercito,sai, quelli che taglian la barba ai cadaveri e li sistemano prima che vengan dati ai parenti.  Non me lo  ricordo come si chiamava, sara’ morto da vent’anni, non so mica di cosa, ma non importa, ecco , la foto e’ quella del compleanno del tornio, la data e’ dietro, gennaio del 67, si’, dopo l’alluvione.Il tornio era appena resuscitato, c’eran voluti tre mesi per metter apposto l’officina, tutto quel fango, eh, quanto fango in quegl’anni, com’e’ che aveva scritto Primo Levi? l’orrore monotono del fango-

Si alzo’, estrasse dallo scaffale “se questo e’ un uomo” di Primo Levi, me lo porse.-E’ un bel libro, e’ perche’ io non so scrivere,senno’ l’avrei scritto uguale. E’ l’ultimo libro che ho letto, vent’anni fa, perche’ dopo non son piu’ riuscito a leggere niente, avevo paura di leggere anche le istruzioni sui bugiardini. Verso’  un paio d’ombre di Clinto, me ne porse una e torno’ a sedere, riprendendo a raccontare.

Bon, perche’ a gennaio erano cinque anni giusti che c’era il tornio  ed era giusto  farlo benedire, serviva,perche’ quel canchero del tornio s’era preso dentro la manica di Ovidio “pignata” e siccome c’era voluto un minuto buono prima che  l’Armando togliesse la corrente, pignata si era fatto gia’  1200 giri , la velocita’ del mandrino in quel minuto,sbattuto  tra le colonne di ghisa del supporto, che ah, si che me lo ricordo, c’e’ voluta una settimana per togliere il sangue, poro pignata, che fine.La foto successiva la fisso’ per qualche secondo, poi me la passo’ con un gesto quasi brusco.

-Quest’altra e’ una foto vecchia, e’ del 45, ottobre, c’era un nebbione quel giorno,e’ stato quando io e don Ilio abbiamo riaperto la sacrestia, eravamo appena tornati da Buchenwald su un camion americano, qua’  ilio e’ magro, mica era cosi’ prima della guerra, ah era un marcantonio, in oratorio aveva messo su una palestra  per pugili e faceva lui l’allenatore, aveva imparato tutto da Ulderico Sergo, un fiumano, uno famoso, a quei tempi, non mi ricordo, deve avre preso qualche medaglia,eh non mi ricordo. Oh, don Ilio era un pezzo di pane, un pretino di quelli che sembrano una manciata di farina che ti metti sul palmo e poi soffi via.Solo che non era farina da far ostie, ed e’ per quello che siamo finiti in campo di concentramento, per colpa sua e del suo destro.

Butto’ giu’ in una sorsata il vino, qualche goccia cadde sul tavolo in  fòrmica  verde acquamarina, l’asciugo’ col fazzoletto, sulla parete c’era la foto di una donna, non me la sentivo di chieder chi era, era una curiosita’  pettegola e in quella casa sembrava ci fosse un cartello messo davanti a monito di chi vi entrava: siate serii.E’ cosi’ rimasi serio, non chiesi, non mi soffermai a guardarla.Anche se posai lo sguardo sulla foto per un tempo infinitesimo, non riuscii a sfuggirgli, soffoco’ un colpo di tosse e sospiro’ :

-non e’ mia moglie, si chiamava Armida, e’ una bella donna e una brutta storia. Non me la ricordo neanche bene, ho cercato di non dimenticarla,la storia, ma l’ho dimenticata quasi tutta- ah spetta , ti stavo raccontando di Don Ilio.Mamma mia che destro che aveva, un fulmine di dinamite: nel 39 io avevo accompagnato un cugino di Lelio Basso fino a Colfiorito, so che Basso era stato arrestato come socialista e che quando son tornato Don Ilio m’aveva tiraro un papagno da buttarmi via un dente perche’ sapeva che avevo rischiato anch’io l’arresto: sei nelle liste , mona ! mi disse ,e pum! e io giu’ per terra. Un uppercut della madonna, aveva, don Ilio. Bon, spetta che ti conto la cosa:  vennero in palestra due repubblichini una sera, due tizii del collegio brandolini , scuola allievi ufficiali della Rsi.Chiesero perche’ don Ilio era andato a benedire un tizio che secondo loro la benedizione non la meritava e perche’   non aveva benedetto invece, o anche,  uno della Banda Collotti visto che erano deceduti ambedue per cause naturali, beh naturali, si si, naturali, morire sparati a quei tempi era naturale.Fatto sta’ che don Ilio si prende uno spintone, anche due, poi si prende una sberla e porge l’altra guancia, il tizio se ne approfitta e lo colpisce col manrovescio, a quel punto il mio amico prete aveva finito le guance e anche le istruzioni del nostro signore,cosi’ lascio’ partire un gancio che sembro’ un colpo di mortaio da 81, lo becco’ fra la tempia e il sopracciglio, sbrecciando la carne per 4- 5 centimentri, l’allievo ufficiale svenne col viso coperto di sangue,allora  l’altro tiro’ fuori la pistola e ci arresto’ tutti e due, il prete come sovversivo e io come collaborazionista, cosi mi dissero,  io non me lo ricordo il vero perche’. Ci portarono a Fossoli prima, poi a Bolzano e poi in un carro bestiame dove siamo partiti in 120 e arrivati in 80 perche’ 40 eran morti tra il freddo e le botte, siamo arrivati a destinazione: Buchenwald, io l’ho saputo dopo come si chiamava, ma ci e’ andata bene, perche’ don Ilio benediva i morti e anche gli assassini e io gli facevo da chierichetto, cosi’ siamo rimasti vivi, beh vivi, non me lo ricordo mica quanto vivi siamo rimasti,magari poco, ma un quel po’ vivi ci e’ bastato ad arrivare fin qua’. Ho saputo che i due allievi ufficiali son stati ammazzati dopo che la guerra e’ finita, li’ per li’ ero contento, poi no, perche’ sai com’e', io sono di fede socialista, don Ilio e’ di fede cattolica, quelli erano di fede fascista, Il Falco, quello che li ammazzati, era di fede comunista, era una fede come un altra, la fede un po’ fa bene un po’ fa male,  insomma  se io credo una cosa e ti prendo a schiaffi , tu ne credi un altra e mi prendi a pugni, l’altro in un altr’ ancora e ci mette una bomba sotto al culo a tutti e due, e queste cose le fa convinto, le fa per la liberta’ di quelli che verranno dopo di lui, in fondo, non siamo tutti uguali?Basta stare attenti a cosa si nasconde dietro la liberta’ che certi  impugnano col mitra, basta capire, se ci riesce. Sai,  Io e don Ilio abbiamo 86 anni quest’anno,son passati piu’ di sessant’anni da quando stavamo in campo di concentramento. Ma non importa.L’importante e’ che me lo ricordo.

[Il libro e': "se questo e' un uomo" Di primo levi, einaudi, se rimane un po' di coraggio di leggere, sempre di primo levi c'e' "i sommersi e i salvati"  sempre di einaudi, saggistica]

I fatti e i personaggi :

personaggi inventati:

Don Ilio Danielli : nato a Ceggia il primo aprile 1924, in provincia di Venezia, diocesi di Vittorio Veneto, ordinato prete nel 1944, vivente,

Fatti veri con personaggi verosimili:

Armando Gandin: San Vendemmiano, 1926  Titolare delle Officine Meccaniche Gandin  di Carbonera, Treviso, vivente.

Pignata: nato nel 1946 a Carbonera, Treviso, deceduto come da racconto.

Angelo dal Zotto: Il mio  amatissimo vicino di casa.  e’ del 28, mutilato del lavoro,  ha perso 5 dita delle mani e un piede negli stabilimenti PAPA ( azienda fallita vent’anni fa).

Pietro Terzi, nella realta’ uno della compagnia del sipo’, di cui ero il piu’ giovane degli adepti, siamo rimasti vivi solo in tre.

Personaggi  veri dentro fatti inventati:

Ulderico Sergo( Fiume, 1913-Cleveland 1967), pugile,  medaglia d’oro alle olimpiadi di berlino del 36

Lelio Basso(Varazze, 25 dicembre 1903 – Roma, 16 dicembre 1978) Deputato del Psiup.

Armida Spellanzon (altre fonti: Speranzon)  ( la donna del quadro) : Vittima dell’eccidio alle cartiere Burgo di Mignagola del 1945. ( per una fonte : ausiliaria della rsi, altre fonti la danno come vittima “incongruente” di un delitto  a sfondo passionale,  uccisa a colpi di badile all’interno della cartiera dal comandante Falco , il cadavere fu gettato nel Sile.

Fatti veri con personaggi inventati

I due allievi ufficiali della RSI: uccisi e gettati nel fiume a Gorgo del Monticano nell’aprile del 45 a guerra finita da parte delle brigate partigiane del comandante  Falco ( Gino Simionato)