A sei anni si può credere a tutto, specie alle favole, io credevo nella colonizzazione dello Spazio.
Conoscevo passo per passo tutte le fasi della missione Apollo. Da qualche parte ho anche i disegni, portati in prima alla maestra, che le illustrano. Il decollo, il distacco degli stadi del Saturno V, il rendez vous in orbita tra il Modulo di Comando e il LEM, il lungo viaggio sino alla Luna, l’orbita, il distacco del LEM, l’allunaggio, la passeggiata, il decollo di un pezzo del LEM, il nuovo rendez vous col Modulo di Comando, il viaggio di ritorno, il distacco della capsula, il rientro e l’ammaraggio.
Ricordo tutto come se fosse ieri. Così come ricordo l’emozione di aver visto tutto in diretta, grazie a dei genitori, e una nonna, straordinari che mi permisero di stare in piedi, fino alle quattro passate del mattino, a guardare i miei idoli: Ruggero Orlando, di cui facevo un’imitazione quasi perfetta, e Tito Stagno che, trent’anni dopo, potei perfino conoscere di persona.
Pensandoci bene, credo che poche forze al mondo avrebbero potuto impedirmi di guardare la TV quella notte, era troppo grande quel che stava succedendo, troppo importante.
Perché era il futuro, quello vero. La scienza che superava la fantascienza, la matematica che si affermava sull’immaginazione, rendendo entrambe concrete, vive, tangibili e, soprattutto, possibili.
Perciò un film come “2001″, visto lo stesso anno nel mitico Cinema Castello di Pavia, appariva del tutto plausibile, un futuro certo, scientifico, insomma matematico.
Allora immaginavo quanti anni avrei avuto nel 2001 e cosa avrei potuto pilotare o, almeno, quanto sarebbe costato un passaggio su uno shuttle Pan Am per una gita sulla stazione spaziale.
Sembrava tutto pronto, era solo questione di tempo, nemmeno tanto, e la mia generazione avrebbe vissuto grandi missioni spaziali, percorrendo il sentiero aperto da Armstrong, Aldrin e Collins.
Poi venne il Rover lunare, che figata incredibile andare in macchina sulla Luna, l’apprensione pazzesca per l’Apollo 13, le altre missioni. Pare che la gente si stesse abituando, che fossero diventate una routine. Per me no, per me era sempre lo Spazio, gli Astronauti, le Astronavi e quell’ansia speciale che mi partiva dalla pancia ogni volta che ne parlavo o ci pensavo. Cosa potevano capirne quelli, la gente.
Poi un bel, anzi un brutto, giorno qualcuno in America, decise che non era più il caso di mandare gente sulla Luna e interruppe il programma Apollo. Sì certo, ci furono lo Skylab, lo storico “bacio” tra Apollo e Soyuz ma non era la stessa cosa, non si andava più su un altro pianeta.
Tempo dopo, anche se ormai distratto da interessi molto più prosaici ed ormonali, assistetti alla partenza del primo Shuttle. Avevo messo due TV vicine, accese sul primo e sul secondo canale, per seguire contemporaneamente le due dirette. Negli anni a venire, cercai di non perdermi mai una partenza della navetta e fu così che vidi esplodere il Challenger.
Un dispiacere immenso, come quando ti muore un amico. Come quando fai un incidente con la moto, sei caduto, anzi stai ancora cadendo, ma non ti sembra possibile, non sei tu, non sta succedendo veramente a te. Invece sì, era successo, erano morti tutti, compresa la maestra, in quei tre orribili sbuffi di fumo bianco che non potrò mai dimenticare.
Così come rimarrà nei miei ricordi la lunga scia che annunciava la tragedia del mancato rientro del Columbia, altri morti, altri eroi, altro dispiacere. Mi sentii truffato quel giorno, non mi pareva giusto vivere in un mondo in cui esplodevano le astronavi in cielo, lo scrissi anche da qualche parte.
Adesso, mentre scrivo, c’è un altro Shuttle in orbita che porta uno dei pezzi della stazione spaziale. E’ uno degli ultimi, sono mezzi obsoleti ormai e presto saranno sostituiti da altri vettori, in preparazione di una nuova missione per la Luna. Finalmente, ancora, la Luna.
Ovviamente non ho potuto, né potrò mai, farmi un giro su un’astronave. Però le ho viste tutte, tutte le volte che ho potuto e continuerò a vederle ogni volta che potrò. Perché anche se sono passati quarant’anni esatti in questo preciso istante, quel bambino così entusiasta è ancora qui, dentro di me, e pensa che in fondo sono ancora giovane e che nella vita non si sa mai, un giro sulla Luna è sempre possibile.
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