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Omaggio a P. Neruda

Pablo Ne Rutta

Pablo Nerutta

amore, mi piaci quando scoreggi piano,
all’ombra della notte tra buio e buio,
sotto le coperte di lana che trattengono
il tanfo del tuo culo, il tango del cuore.

Amore,mi piace quando scoreggi piano
e sorridi arrossendo e il vermiglio
dei tuoi baci si mescola, selvaggio
all’alito d’aglio e verze e cavoli amari.

Amore,mi piace quando scoreggi piano
e si tace l’urlo rosso della passione,
dimezzate dalla spada del tuo perizoma
vagano divise come noi, le flautolenze

Ma ci ricongiungiamo nelle sere d’estate
quando non soffia il vento e annega l’afa,
e l’aria si riscalda di te,del tuo pirito,
di aglio, di verze, e di cavoli amari.Amore.

( Armo[Zuppa] Pablo Neruda,”Viole da gamba e trombe da culo”,in “prensa de los idraulico andaluso, tenes el tubo e stropes el buso, Ed. Peto de Buenos Aires,Buenos Aires 1959)

omaggio a g. pascoli

Lenta La loffa.

lenta la loffa fioca silente esce
Piano, poi e’ un bombito che cresce,
marca la mutanda d’odor di pesce.

mucido rancido, marcito,
chi tenta di disegnarla con un dito
marron ha l’unghia, ne rincresce.

la nonna canta,per celar rumore
e il bimbo ride, e di pien cuore.
il piccin torce il naso poi l’aguzza,
ohi, nonna, signor, che puzza!
dice, e  nonna, vecchia stoffa,
gli sgancia divertita un altra loffa,
e ride il nipotin felice
mentre nonna si ciuccia un altra alice.

(Armo[Zuppa] Giovanni Pascoli- Smerdati ” i canti dei borlotti di Castelvecchio”, Ed.Fresche Frasche, Bologna 1901)

dopo di me

apres moi le peluche  (© Mascia Melocchi)

Vuoti a perdere

il vuoto riempibile non e’ gia’ piu’ vuoto,

se c’e’ gia’ un rutilar di cabrèi a riguardo

di complementi oggetto oppur di moto,

(seppur con risibile e visibile ritardo)

dimmi se e’ rassegnazione o saggezza

questa che ora tu accompagni a zonzo,

in questo vuoto cercando una pienezza,

o se rimane,ahime’un galleggiar di stronzo.

di vecchio astronauta andato alla deriva,

mi sento oste che non puo’ piu’ travasare,

o una massaia rimasta senza piu’ lisciva,

senza vuoti e nemmeno bottiglie da lavare.

Michi , ho ancora un consiglio inutile e sincero:

stipa nel tuo vuoto l’impossibile, il non vero,

riempilo di illusioni deleterie

vedrai che fra trent’anni tornan buoni

anche i sogni infranti ,i resti, le macerie.

( A Michela Canevese)

Spegazzi del dopo ferragosto

frase di amante: cara/ti amo.

Ho piu’ care carezze, piu’ rare rarezze,

a/mare ai monti,

il fieno a/maro,

odio lo iodio,

e bere al bar,barando,

un bicerin de ambrosia,

aria che ariamo,

se mi regali un sasso col tuo nome,

lo terro’ piu’ caro di ogni cosa,

sara’ quella,

quella soltanto,

la mia pietra piu’ preziosa

(a Barbara Ambrosin dopo il suo ” un diamantino di due miseri carati”)

 

Zuppa

i soliti “poeti” le solite stelle.

san lorenzo mi coglie impreparato,
quelle stelle li’ a cadere e cadere,
come fanno ogni anno, ogni anno passato,
che  fatica, far fatica a sognare ,
qualcosa di non gia’ sognato,
se non il sogno di ricominciare,
dormo se cadono le stelle,
e ci provo nel sonno a sognare,
provo ad accendere fiammelle,
che m’aiutino un po’ ritrovare
quel che nei sogni abbiamo perso
e non possiamo piu’ neanche cercare.

Zuppa
(a michela camata)

Il gufo filippo.

si nasce per morire,

noi , come le quaglie

poche scaglie di bava lasciamo

stretti tra tenaglie di sensi

vietati, ci segna un ti amo

ci consegna alla terra

un “eppur ha amato”

i versi son uova barzotte

che il gufo filippo ha mangiato,

in un appetito di notte.

(Zuppa)

 

La storia del gufo filippo me l’ha raccontata Umberto Caluri, cosi’:

Nell’Osservatorio faunistico di Bitetto (Puglia) abita Filippo. E’ un gufo reale. Altezza, centimetri ottanta sul livello del mare, apertura alare, metri due e cinquanta. Un volatile imponente. Da venti anni non può più volare (ma quanto campano i gufi reali ?). E’ anziano, invalido civile, con indennità di accompagnamento. Ha un operatore che lo accudisce. Bella cosa, vero ? E poi, si sa, i gufi sono animali utilissimi, anche per la sicurezza degli aeroporti. Sin qui, scommetto che il lettore tifa per gufo Filippo, invalido civile, con indennità di accompagnamento. Dividerebbe con lui l’ultimo pezzetto di cioccolata, se a Filippo piacesse. No, non gli piace. E’ a dieta, gufo Filippo. Una dieta monotona. Quattro quaglie al giorno, mangia. E le vuole vive; ama catturarle rincorrendole nella gabbia. Oh, oh, vedo una brusca virata dei sentimenti del lettore verso l’anziano invalido. Alla Borsa Valori Animali, le azioni privilegiate Filippo sono in vertiginoso calo. Probabilmente, vista la curvatura del becco, è un gufo ebreo, comunque un gufo extracomunitario, che insidia pollastrelle nostrane, tenere e illibate. Il lettore ora è tutto dalla parte della quaglia. Si domanda perchè gufo Filippo non si accontenta di quaglie surgelate, provenienti dai paesi dell’Est. Il suo cuore sanguina per la quaglia, pensando a cosa prova la dolce e delicata pollastrella. In effetti, tutto questo amore per i rapaci, dal punto di vista della quaglia, è senz’altro eccessivo. Aspettando l’ora di cena, essendo lei, la cena, raramente l’umore della quaglia è al top della condizione. Tutto questo per dire che il curioso caso del gufo Filippo e delle quattro quaglie mi pare una metafora della situazione politica italiana: sono vent’anni che il sistema non vola più, però ha bisogno di quattro

quaglie quotidiane, vive. E quelle quattro quaglie, siamo noi

(umberto caluri)

la mia poesiola e la storia del gufo di Umberto sono stati pubblicati da “Amici di Torquemada” i diritti son riservati, un po’ mi spiace e un po’ no.

 

cena di classe 1961-2011

vi sovvien la prima fila?
dite il vero mica piu’….
qualche nome nella pila,
l’aula fatta com’una scala
ma in terza, c’eri tu?
mi ricordo la michela,
caro amor dagli occhi blavi,
ritrovata dalla nievo,
oh d’amore io c’ardevo,
ma da sempre mi schivavi…
avevi in fianco l’adalberta,
fin dalle medie, prima i
ragioniera assai esperta,
a  verdura e frutta poi fini’,
La rosanna dell’edicola,
era amica di chi, boh?
cosa assai ridicola,
non me la ricordo,no,
era la peri, la francesca,?
che  a parole era manesca,
ma alla fine mi abbraccio’ ?
l’ho baciata un mese fa,
a una festa  pidielle,
si adesso mi sovviene,
eravate due sorelle,
io di amici non ne avevo,
mauro brollo, e poi chi?
se me li son dimenticati
qualche cosa vuole dir,
Carrer / Pasini,
coppie affini:
Zanutto/Pin
tipo starsky e hutch
ma piu’  lessi  e rintintin.
mi ricordo il grande solo:
trevisan sergio maria,
freak ed  anti modaiolo,
si bastava lui, da solo,
si faceva compagnia.
Mi ricordo anche la Gnes
combattuta tra due amori,
per esprit de la finesse,
non vi dico i miei rancori,
chi non l’avrebbe lei amata,
posseduta o anche baciata?
la sua lontana intelligenza,
longinqua bellezza,
altra umanita’ ed essenza,
altra sapienza, altra razza,
irraggiungibile,siderea,
cima del cielo,
intangibile, aerea.
torno a terra coi pensieri,
anzi vado ai pozzi neri,
mi ricordo simonato,
l’ho sempre rispettato,
poi un giorno m’e’ franato
il ricordo mai si perda:
A me ed andrea
c’ha chiamato:
venditori ,si,di merda.
la mia mente e’ ormai purea,
mi ricordo la briani,
darf ich inhaus gehen?
bismorgen, dopodomani
non le volevo neanche male,
sono anche andato al funerale..
chi avevamo  d’italiano?
la cassata siciliana..
tonda tonda nana nana,
che ricordo ormai lontano,
recitatai il porta, da villano
poi del belli, i santi  e le sante
sul pazzaglia no non c’era,
ve lo lessi: scandalizzante.
vorrei averli sottomano
per rileggerli stasera.
io non so cos’ho imparato,
non l’ho mai fatto il ragioniere,
e il tedesco l’ho parlato
solamente a un cameriere,
mi ricordo giorni grigi,
solitudini infinite,
ansie e spasmi alla lavagna
tante speranze mai gioite,
si era in trenta, tanta gente,
mi ricordo la marisa,
teutonica belta’,
della jenny son cliente
ma per la frigidita’,
ah, politica  di strazio cagion !
la dottora paola scalon
mi ricordo : era comunista,
con occhiali da craxiana
ci perdemmo poi di vista,
miopi entrambi, porca puttana,
e quel mio amore, ballerina?
mai vista mettere il tutu’,
occhi chiari, assai carina,
il cui cul non scordo piu’,
penso ad una caramella,
per ricordarmi il suo nome,
si, rossana, era bella,
alta, bionde chiome,
ma per lei “mona”
era solo il mio pronome.
ci volle tempo per capire
che non avevo a che spartire,
lei signora con cagnetto,
io campagnolo tonto e gretto
ti ricordi tu rosanna?
dopo scuola caffe’ e panna,
io non potevo, corri casa,
pien de zent, botega invasa !
cosi’ studiavo a notte fonda,
con le dita indolenzite,
con la mente sitibonda
catenarie, doppie partite
non ci trovai nulla di comico
in quelle sere cosi’ patite
scaricavo urea,nitrato ammonico,
e studiai a membra sfinite,
mi ricordo cecchinato,
lezion alle fatturatrici,
chi e’ non e’ morto fulminato
ha ancor le cicatrici,
si prendevan certe scosse
che spostavano le efelidi,
certe sleppe ,ormai rimosse,
che guarivan le emorroidi,
mi ricordo la miori,
la piccoletta di diritto,
forse una delle migliori,
ve lo dico un po’ di gitto.
mi ricordo le tende rosse,
scale anguste,neon,passi,
piogge e freddo e tosse,
l’intervallo e pochi spassi
gelidi mattini in motorino,
gli eskimi fradici nelle classi,
e i giornali vecchi
a salvare l’intestino
e la maria, i bidelli, i secchi
quei pavimenti sempre bagnati,
lo sguardo perso dei rimandati,
quelli a gennaio gia’ rassegnati,
gli spenti ragazzi gia’ bocciati,
mi ci volle tempo per capire,
che non era tempo di studiare,
quello che c’era da imparare,
era piu’  un tempo da passare
su quella paglia a maturare,
aspettare quel  diploma
come la rimozione di un angioma
non mi ricordo matematica,
c’era pea, poi e’ andato,
e chi dopo di lui ?e’ buio pesto
mi dispiace l’ho scordato,
ma per esser proprio onesto
non me n’era mai fregato,
e’ stato tutto da buttare,
tutto inutile, tempo perso,
tranne per un particolare
che rende tutto pero’ diverso:
mi ricordo gli occhi neri
dell’antonella dotta,
che trafissero i pensieri,
che mi diedero un botta,
tengo quello nella sacchetta,
butto il resto,ma mi tengo stretta,
la memoria dei suoi sguardi,
un disco degli aerosmith,
e l’infinito del leopardi..
salvo quello di quei cinqu’ anni,
nient’altro,niente, niente,
ed e’ la sola cosa bella
che mi sia venuta in mente,
siete adesso in comarella,
qualcuno e’ un po cambiato,
qualcuno ,si,e’ ancor lo stesso,
ecco infine cos’ho imparato
che adesso e solo adesso
da quei tempo infelici,
posso dirvi- finalmente- “amici” .
adesso che il tempo e’ passato,
quell’adesso  di  32 anni fa,
adesso so cos’ho guadagnato,
e mi  torna la contabilita’
adessi il bilancio e’ approvato,
adesso si, io mi son diplomato,
mi han dato un 36 in felicita’,
e pazienza chi ha mollato,
voi miei amici, voi..
voi siete qua’.

(Zuppa, per la cena del cinquantennio)

In risposta a “Tu diventi morta ogni giorno di piu’ ” di S.Carcupino

io ho un bellissimo frigo rosso,
illumina la cucina,
ma ha una piccola botticina,
un escrescenza, un bozzo,
il mio frigo rosso
e' di marca "ARDO"
mi sforzo ma non posso,
non far cader lo sguardo
su quelle tumescenza,
ah che ripugnanza,
che brutto il mio frigo,
quasi quasi lo rigo,
lo getto, lo butto,
lo scalcio, lo abbatto,
c'e' dentro il prosciutto,
il lardo di arnais,
un tartufo e lo strutto,
e i chicchi di mais,
quando l'apro del tutto
la botta scompare,
come i versi della carcupino,
il mio frigo e' strapieno,
c'e' un rigo ed una parola,
piccola piccola,una sola,
come la ponfa li sulla porta,
ma guardo dentro stefania
e non me ne importa.
ne della porta,
ne della parola morta.
(Zuppa, per Stefania Carcupino)

 

Cara Maestra

nel mio giardino in mezzo al verde
giaccion stronzi e varie merde,
come la gente che si puo’ trovare
quando vo’ in centro a passeggiare,

sapesse lei , cara maestra,
che scivolata assai maldestra,
si smerdan scarpa cervello e braga
ma certa gente, chi la caga?

Oggi ho colto un fiore,mia maestrina,
so, spussava un po’ di cattivo odore
ma non c’era altro amore, stamattina.

 

(Zuppa)